ROSSO ROSSO ovvero UN BAMBINO A GENOVA

 Nel treno è buio.

Tante ma tante persone, chi sui sedili e chi in piedi.

Voci su voci.

Un altoparlante ogni tanto dice cose che non capisco.

Treni che vanno, treni che vengono.

Il babbo è qua con me.

Mi dice che sono tutti amici quelli intorno a noi e che ora il nostro treno parte.

Sono contento.

 Andiamo tutti a una manifestazione, più importante delle altre.


Sono stanco e mi addormento ma poi un fischio mi sveglia.

“Devo fare pipì”.

Lui mi guarda severo e mi dice di trattenerla

“Non ce la faccio proprio”

“Non si può fare la pipì se il treno non è partito, facciamo un’eccezione ma solo per questa volta” – mi risponde.

Vorrei dirgli grazie ma mi vergogno.

Lui mi prende per mano e mi porta alla fine del vagone.

Poi mi addormento, mi sveglio che è già giorno e siamo arrivati.

Scendiamo tutti dal treno, un signore con una macchina per fare i film ci riprende e chiede delle cose al babbo, che risponde sorridendo e poi mi fa fare ciao ciao con la mano.

Poi arriviamo con il pullman in uno stadio pieno di gente seduta sugli scaloni ma non c’è la partita, anzi al centro del campo c’è una tenda grande grande che copre quasi tutto.

Scendiamo fino a giù, lo stadio è enorme visto da qui. Nella grande tenda c’è tanta gente, molti sono sdraiati come in campeggio.

Il babbo mi dice che anche noi dormiremo qui

“Non mi piace! Non ci sono gli alberi e neanche le rulott” – protesto io.

Lui mi sorride tranquillo e mi dice che è un campeggio di città, dove ci sono sempre pochi alberi. E le rulott non si riusciva a farle entrare, son rimaste fuori. Però ci sono le docce come nei campeggi, e mi porta a vederle, vicino alla curva.

Ci sono davvero e in tanti sotto che si bagnano in costume, proprio come nei campeggi!

“Vabbene papà, ma noi dove dormiamo? C’è poco spazio per montare la tenda”.

“C’è una sola tenda per tutti” – e mi indica il tendone dove eravamo prima.

Deve essere impazzito, sistemiamo il nostro materassino che è sottile sottile vicino agli altri, sono tantissimi.

Dopo pranzo, andiamo finalmente al corteo.

Sempre belli i cortei, tutti cantano e ballano. Pure il babbo e la mamma, che sono i più bravi. E poi quando il corteo finisce, andiamo a prendere un gelato di quelli nel cono e dopo andiamo a trovare gli amici di mamma che hanno un negozio pieno di cioccolata e giocattoli che li fanno le persone povere.

Ma oggi non siamo nella nostra città, siamo a Genova, e papà mi ha detto che non sa se troveremo qualche negozio aperto.

C’è tantissima gente, sono tutti allegri e hanno pure gli strumenti musicali. E ci sono gli attori con le parrucche. E’ una enorme festa, però non c’è la mamma.

“Babbo perché la mamma non c’è?”

“E’ al lavoro, ma ci raggiunge fra un giorno e mezzo”.

Dopo un po’ mi prende sulla sue spalle e continua a camminare, la festa è bella ma non finisce mai; c’è pure un signore con una mucca, ha il cappello e i baffi grandissimi.

Poi tutti se ne vanno e io e papà torniamo allo stadio ma inizia a piovere e ci bagniamo tanto tanto. Io ho freddo, il babbo invece si toglie la maglietta e torniamo col bus allo stadio, che però è tutto allagato, dei signori con le pale cercano di far andar via l’acqua.

Poi non lo so, però quando mi sveglio è mattina e il babbo dorme ancora. La grande tenda non c’è più, è pieno di piccole tende come al campeggio vero!. E neanche le scale dello stadio ci sono, e neanche lo stadio.

Come per magia, è sparito tutto.

Guardo indietro per essere sicuro che il babbo non sia sparito. Intanto quelli vicino a noi si svegliano ma parlano lingue strane, non capisco nulla.

Da una piccola tenda escono degli amici del babbo, che mi salutano e mi chiedono come sto.

Ho fame.

Mi danno delle merendine e mi dicono che quando papà si sveglia poi andiamo tutti al bar.

Poi il babbo si sveglia e andiamo a farci un giro per la città. Mi dice che lo stadio si era troppo allagato e siamo andati a dormire in un altro campeggio. Al bar incontriamo delle persone vestite di blu scuro che dicono a mio padre di stare tranquilli e il babbo gli risponde gentile che sono loro che devono stare tranquilli, perché hanno i bastoni mentre noi non abbiamo niente.

In città è pieno di camion e persone con i vestiti scuri, non ne ho mai visti tanti. Sono tutti vicini vicini e hanno gli scudi, il bastone e i caschi legati alla cintura. Sembra uno di quei giochi di guerra con i soldati che marciano contro il nemico. Ma chi è il nemico?

“Papà, ma loro sono i buoni o i cattivi?”

Il babbo mi risponde che sono pagati per essere i buoni ma a volte i loro capi fanno i cattivi e loro pure.

“Ma i buoni non sono sempre buoni e i cattivi sempre cattivi?”

Un’amica del babbo mi spiega “no, ma tu non ti preoccupare, se fanno i cattivi poi arrivano sempre gli eroi buoni a salvarci”.

C’è il sole e siamo vicini al mare però delle casse enormi non ce lo fanno vedere bene.

“Brutta questa città, babbo”.

“Oggi è brutta, hai ragione. Ma di solito è più bella”

“Perché non cambiamo città e facciamo il corteo dove il mare si può vedere?”

“Perché qui c’è la riunione dei grandi della terra, i capi delle nazioni più potenti! E noi siamo arrabbiati con loro”.

“Perché siamo arrabbiati con loro?”.

“Vogliono solo vendere oggetti e non si interessano dei problemi della fame che hanno i bimbi, delle guerre, dell’acqua che molti non la possono bere. Capisci?”

“Ma sono cattivi ?”

“Credono di essere dei giganti e invece sono delle zucche vuote”

“Come allouen!”

“Sì, esatto, come allouen”.

“Ma la festa di allouen viene dall’America, allora ci sono gli americani?”.

“Ci sono anche i nord americani, ma non solo. Ma lo sai che tuo nonno giocava sempre a fare le zucche a forma di strega quando era piccolo?”

“Davvero? In America?”

“Ma no! Al paese suo! Era la festa dell’autunno, tempo di zucche. Però non si chiamava Halloween”

“Allora era un’altra festa”.

“No no, era proprio la stessa, e si bussava a casa delle persone dicendo “scherzetto o dolcetto?”

“E perché non si chiamava allouen?”

“Perché non aveva nome. Poi qualcuno è emigrato negli Stati Uniti, ed è uscito fuori questo stupido nome, ma ora non pensiamoci più, il sit-in sta per iniziare”.

“Non è un corteo?”

“No, siamo tanti e ci siamo divisi. Un altro gruppo farà il corteo ma noi faremo un sit-in”.

“E cos’è un sittinn? ?”

“Stiamo fermi e urliamo”.

“E perché non ci muoviamo?”

“Hanno messo delle grandi reti attorno alla città vecchia per non farci passare”.

“Ho capito, babbo. Ma è scocciante”.

“Ma no! Poi lanceremo i palloncini oltre alla rete, li vuoi lanciare anche tu?”.

“Sì!”

“Ok! E alla fine, se ci riusciamo, rompiamo pure la rete”.

“Siii!”

E il sittinn inizia.

E siamo tanti.

E i palloncini sono davvero belli, e anche loro sono tanti.

E la rete è altissima e ha chiuso tutta la città, proprio non si passa.

Sembra come quando andammo con mamma, papà e i loro amici in Albania passando per le montagne della Grecia e in quel brutto posto sui monti c’eravamo noi, la rete altissima e i soldati coi fucili. Nessuno sorrideva, tutto era sporco e non ci volevano far passare. E faceva caldissimo e mamma stava male.

Papà mi dice di stare con una sua amica mentre lui si avvicina alla rete per protestare ancora di più.

Io lo seguo con gli occhi, sono orgoglioso del mio babbo.

Però quelli con la divisa scura gli fanno il bagno con la pompa, papà torna indietro tutto bagnato e gli lacrimano pure gli occhi anche gli altri hanno gli occhi rossi rossi e devono andare a farsi medicare, per fortuna ci sono i dottori che sono buoni e stanno in piazza con noi.

Intanto mentre papà torna con gli altri sotto la grande rete, c’è chi fa teatro e chi legge, chi parla e chi gira i film.

Poi papà e gli amici tornano sotto la rete e finalmente riescono a rompere il cancello, lo spalancano e tutti urlano di gioia; qualcuno entra a ballare, è tutto bello, sembra una grande festa.

Ma agli uomini in divisa la festa non piace, forse perché nessuno li invita a ballare. Dopo pochi minuti fanno muovere un grande carrarmato con il cannone sopra, tutti si mettono paura e ritornano nella piazza e poi chiudono pure il cancello. Il carrarmato resta vicino alla porta, è gigante,  non come  quello che ho a casa.

 Appena finisce il sittinn e ce ne andiamo tutti quanti, quelli con le divise scure iniziano a uscire dalla rete e a fare cose brutte, papà mi dice di non voltarmi e di essere pronto a correre, come in giochi senza frontiere.

A me piace giochi senza frontiere, però là non ci sono i soldati con la faccia cattiva.

Facciamo come a un due tre stella che ogni tanto si corre e ogni tanto si sta fermi

Per strada incontriamo un amico di papà che ha un occhio nero e tanto sangue che gli cola sul viso.

Rosso rosso.

A parte il sangue, sembra la faccia del babbo quando era tornato da un corteo dove erano stati bastonati da persone cattive con le divise scure mentre stavano seduti sul prato vicino al castello sul mare e avevano le mani alzate.

Avevo già visto uscire il sangue a mio cugino ma dal naso, non dalla testa. Come si fa a rompersi la testa?

Dice che sono stati i poliziotti a bastonarli mentre stavano venendo al nostro sittinn. Io inizio a tremare, il babbo mi stringe la mano forte forte e mi dice di non lasciarmi impressionare, che tutto finirà bene.

Passiamo davanti a delle banche dove alcune persone stanno mettendo dei vetri nuovi al posto di quelli rotti che sono a terra.

Poi arriviamo in un posto grande all’aperto dove ci regalano 2 mele, ci sediamo e io mi addormento un poco, ma poco perché ci sono troppe urla e papà mi dice di restare là, con la sua amica, ché lui va a vedere cosa sta succedendo in strada e torna subito.

Io protesto ma papà mi guarda severo e indica un punto col dito, c’è un palazzo che va a fuoco e poi c’è un carrarmato che gira per le strade come quello dei soldatini con cui gioco ma enorme.

Papà se ne va ma dopo poco torna e ha le lacrime agli occhi, parlano a bassa voce per non farmi sentire ma io sento lo stesso, dice che la polizia ha sparato, un ragazzo è morto, forse di più.

L’amica del babbo piange, lui si volta a guardare lontano; dopo un po’ si asciuga le lacrime e mi stringe forte forte, quasi mi toglie il respiro. Anch’io inizio a piangere; ho paura, voglio la mamma e voglio tornare a casa.

Piango per non so quanto tempo, con papà che mi fa le coccole ma come me le fa la mamma non è capace nessuno.

Mi addormento.

Sogno un pianeta freddo, abitato da strane bestie, con il corpo umano ma il viso no, è come quello dei killer dei cartoni animati. Tutti fanno la guerra a tutti, non ci sono i buoni come nei film ma solo cattivi. E fra i cattivi c’è chi è un po’ più buono e scassa solo oggetti e c’è chi cerca di azzannare tutti quelli che gli capitano a tiro.

Mi sveglio tutto sudato che è già giorno, papà mi dice che la mamma ci sta aspettando per strada e dobbiamo sbrigarci.

Gli faccio le smorfie.

Lui insiste, mi dice che è vero, che la mamma è venuta con un treno pieno di persone, più lungo del nostro.

Non ci credo! La mamma! Qui! Con tante persone!

Intorno a noi è come a carnevale, c’è chi si mette le maschere, chi degli abiti colorati, chi i cuscini sotto i vestiti per sembrare più grassi.

Iniziamo a scendere verso il mare e finalmente arriviamo sul lungomare, dove dovrebbe essere la mamma, ma ci sono tantissime persone che sono arrivate da tutto il mondo, per fare il corteo insieme a noi.

Dov’è la mamma? Ho gli occhi pieni di lacrime ma papà mi dice che ora la troviamo, che è più avanti.

E infatti dopo una lunga camminata vicino al mare, finalmente papà la vede o lei vede noi e corriamo come nei film l’uno verso l’altro e poi lei mi prende in braccio e mi stringe forte forte.

La mamma, che buon profumo che fa!

Bacia papà e ci abbracciamo tutti e tre. Chiede se mi sono comportato bene e lui dice che sono stato un ometto.

Poi la gente inizia a urlare,si alza tanto fumo e poi non si capisce più nulla, però vedo quelli con le divise che bastonano tutti, giovani e vecchi, chi seduto per terra e chi fermo con le mani alzate. La mamma mi dice di non guardare e io chiudo gli occhi e mi stringo a lei ma poi li riapro e vedo il sangue, sangue ovunque, rosso rosso come la vernice che papà usa ogni tanto.

Sembra come nel videogioco che ha mio cugino dove devi fare la guerra, ma nel gioco tutti hanno le armi e qua no!

E poi corriamo; e ancora; e ancora, finché ci infiliamo in un portone che qualcuno ci apre, saliamo le scale di fretta e una vecchia ci fa entrare.

E’ gentile, offre del vino a mamma e papà. A me mi regala il latte con i biscotti.

Mi addormento sul divano mentre i miei guardano in tv come va a finire, ogni tanto urlano delle parolacce.

Nel treno è buio.

Tante ma tante persone, chi sui sedili e chi in piedi.

Voci su voci.

Un altoparlante ogni tanto dice cose che non capisco.

Treni che vanno, treni che vengono.

La mamma è al mio fianco e questo è l’importante.

Lei mi dice che sono tutti amici quelli intorno a noi, che ora partiamo e che va tutto bene.

Ho paura.

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