1 – Essere turista è un diritto?

L’ennesimo rapimento di turisti in viaggio in qualche angolo di mondo, fermo restando l’auspicio che anche questa vicenda si risolva per il meglio, mi cagiona due riflessioni che vanno oltre il caso in sé, che utilizzo quindi come pretesto. La prima riguarda la pretesa di ritenere il turismo un diritto inalienabile che va garantito e supportato da parte di tutti gli Stati. L’altra riguarda il confine fra leggi, responsabilità del turista e dell’operatore turistico, reazioni delle comunità locali.

Parte 1 – Essere turista è un diritto?

Siamo in un mondo globalizzato e siamo abituati, noi popoli industrializzati, a pensare di poter andare ovunque e di essere sempre e comunque i benvenuti. O che comunque viaggiare sia un’attività sacrosanta, frutto di battaglie sociali per l’uso del tempo libero.

Ovviamente ciò è vero e non va demonizzato, ogni popolo ha i suoi percorsi e finché ciò resta nei confini della propria società va più che bene.

Ma c’è una pretesa da sempre sventolata da organismi quali l’Agenzia per il turismo delle Nazioni Unite (UNWTO) che il turismo sia un diritto per noi popoli industrializzati per cui tutte le porte ci devono essere aperte e tutto ci deve essere garantito, a iniziare dall’incolumità nostra e dei nostri bagagli.

Nel suo documento più rappresentativo, il Codice Mondiale Etico per il Turismo, ci si pone fra gli obiettivi “quello di promuovere un turismo responsabile, sostenibile e accessibile a tutti, nell’ambito del diritto di tutte le persone di utilizzare il proprio tempo libero per fini di piacere o di viaggio, e nel rispetto delle scelte delle società di tutti i popoli”. E poco più avanti viene ribadito a chiare lettere “affermiamo il diritto al turismo e alla libertà di spostamento per fini turistici”.

Nei secoli passati, a partire dal medioevo, quando qualcuno voleva spostarsi da un regno a un altro doveva affidarsi ai salvacondotti di importanti autorità, sovrani in testa, per sperare di riuscire a passare indenne in terre oltre frontiera, e ciò valeva per tutti, indipendentemente dal luogo di provenienza. In origine si chiamavano guidaticum, ma il termine salvacondotto è arrivato fino ai giorni nostri.

Il turismo moderno, invece, è un’attività appannaggio di pochi, si stima che solo un settimo della popolazione mondiale possa concepirlo come attività (Fernández Miranda, 2011) per cui non si capisce quale logica possa esserci nel ritenere un diritto tale attività.

Agli occhi delle comunità locali, a prescindere dalle nostre intenzioni, siamo tutti dei forestieri (Cohen, 1972), gente considerata ricca o importante per il solo fatto che noi possiamo laddove tanti altri non possono. E ciò può creare sì invidia e spirito di emulazione, ma anche ostracismo.

Non capisco dunque come sia possibile non rendersi conto che, come ricorda Bauman (1999) , l’essere turisti oggi rappresenta una condizione privilegiata che si contrappone, volente o nolente, a un altro tipo di viaggio, quello dei vagabondi, i reietti della società, che non si spostano per piacere ma per necessità.

Forse sarebbe meglio se ci ricordassimo sempre questo principio, senza per questo vivere con angoscia la nostra condizione privilegiata, ma senza neanche arrogarci il diritto di ritenere questa attività una nostra prerogativa cui tutti devono inchinarsi.

Tale riflessione ovviamente non ha nulla a che fare con il viaggio dei due malcapitati, che paradossalmente pare stessero effettuando un viaggio molto meno invasivo di tutte le altre agenzie che organizzano trekking nelle zone tribali utilizzando jeep, invadendo fisicamente dei territori, pagando per far assistere i propri clienti a spettacoli pseudo-caratteristici che scadono nel folklore e mercificano i rituali.

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